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Modesto della Porta (1885-1938) Il poeta di Guardiagrele
Monumento presso la Villa Comunale - (Dono dei Guardiesi del nord America) La vita Modesto Della Porta, nacque a Guardiagrele (Ch) il 21 marzo 1885 da Donato e Maria Vitacolonna. Dopo le scuole elementari frequentò una scuola media privata e successivamente imparò il mestiere di sarto, che esercitò per tutta la vita, prima nel suo paese natìo e poi a Roma, dove creò una rinomata sartoria dirigendo un piccolo gruppo di artigiani. Amava però comporre poesie che era solito recitare agli amici. Nel 1933 l'editore lancianese Gino Carabba pubblicò le sue poesie in un volume intitolato Ta-pù, dal nome di uno dei suoi più noti componimenti. Non si sposò e morì a Guardiagrele il 23 luglio 1938, a 53 anni. Nel 1954 alcuni amici del poeta fecero pubblicare delle sue poesie inedite dalla casa editrice Marchionne di Chieti. La sua cultura quindi, più che nascere dai libri scolastici, derivava dalla conoscenza dei proverbi e delle tradizioni abruzzesi. Non potendosi considerare propriamente un letterato, in passato, nonostante il grande successo riscosso dalle sue poesie e la conseguente notorietà, non fu mai molto apprezzato dai critici letterari. Solo di recente si è iniziato ad apprezzarne la forza espressiva e a dargli il merito di far conoscere la vita delle genti abruzzesi di un tempo: una vita povera, umile e fatta di immani sacrifici. Le poesie Con le sue opere Modesto Della Porta rappresenta in chiave umoristica la realtà del suo tempo, in maniera molto spesso cruda, con la semplicità e la genuinità di un uomo del popolo, che evita ragionamenti e spiegazioni filosofiche. Egli riesce a far riflettere sul dolore umano, ma lo fa sempre servendosi del sorriso. Ta-pù "Ta-pù" è un lavoro composto nel 1920, che dà il titolo alla raccolta di poesie pubblicate dall'editore Carabba. Nell'opera Modesto Della Porta rappresenta un calzolaio, suonatore del trombone d'accompagnamento, strumento musicale presente nelle bande,il cui unico suono è, appunto, "Ta-pù". Questo calzolaio, come tanti altri artigiani dell'epoca, suonava nella banda durante il periodo delle feste, girando di città in città, non soltanto spinto da ragioni economiche, ma per passione, ed in questo lavoro sono espresse le sue amare riflessioni sulla vita. Scritti
"Serenata a Mamme"
O Ma’, se
quacche notte mi ve ‘nmente, ti vujje fa` na Nè ride, Ma’, ...... le sacce: lu strumente è ruzze e chi le sone nen te fiate, ma zitte, ca se cojje lu mumente, capace ca l’accucchie na sunate. Quande lu vicinate s'arisbejje, sentenneme suna`, forse pu` dire: “vijat’a jsse coma sta cuntente”! Ma tu che mi
cunusce nen ti sbejje: "Serenata a Mamma" Mamma, se qualche notte mi viene in mente, ti voglio fare una bella improvvisata; ti devo portare una serenata con questo trombone di accompagnamento. Non ridere Mamma,….. lo so, lo strumento è rozzo e chi lo suona non ha fiato, ma vedrai che se colgo il momento, riuscirò a farla una suonata. Quando il vicinato si sveglierà, sentendomi suonare, forse dirà : “Beato lui com’è contento". Ma tu che mi conosci non ti sbagli: lo sai che ogni soffiata è un sospiro, lo sai che ogni motivo è un lamento. (Il poeta così risponde al sorriso della madre di fronte al suo desiderio di volerle portare una serenata usando però il trombone, uno strumento rozzo, poco adatto, non uno strumento solista ma di "accompagnamento"
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