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Le Radio "libere" di Guardiagrele

Radio Aelion 101.5Mhz  -   Radio R.G.A. 90.5Mhz  Radio TLM 92.7Mhz

                                                                                         

"Amo la radio perchè arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, e se una radio è libera, ma libera veramente,

mi piace ancor di più perchè libera la mente."



All’inizio degli anni '70 si crearono le condizioni per la nascita della radiofonia privata nei principali paesi europei con l'Italia in prima fila per numero di emittenti e di ascoltatori. Questo fenomeno faceva seguito alle dure contestazioni del 68’ e successivamente del 72. Nelle rivendicazioni di quegli anni c’era il grande desiderio di crescita della libertà individuale, ed oggi possiamo dirlo, anche il desiderio di poter scegliere in autonomia le fonti di informazione.
Uno dei pezzi della vecchia produzione di Eugenio Finardi  “ La radio”, descrive perfettamente lo spirito delle stazioni pionieristiche italiane. Non facciamo mai troppo caso alle denominazioni  perciò oggi se qualcuno parla di radio libera o radio privata tende ad accorparne il significato riducendoli a sinonimi.  La radio "libera" di allora non aveva niente a che vedere  con la radio "privata" odierna casomai, se proprio vogliamo trovare un parallelo, la radio libera ha molta più attinenza con l'avvento dei primi siti internet. 

Negli anni '70, chiunque avesse un minimo di attrezzatura ed alcuni dischi faticosamente comprati o prestati da amici poteva avere il suo piccolo spazio, che sovente non andava al di fuori del recinto condominiale o poco più, per trasmettere il proprio pensiero, ma soprattutto il proprio entusiasmo.  L'effetto "macchia d'olio" fu devastante e di clamorose proporzioni. Ogni quartiere d'ogni piccola città aveva la sua radio personale e il volto del "dj" aveva le sembianze di quello di un vicino di casa o di un amico con cui avevi giocato a pallone fino al giorno prima. Chi era dotato di apparecchiature leggermente più professionali, poteva permettersi, agli albori felici di un etere non intasato, di coprire chilometri e chilometri di distanza, raggiungendo anche zone lontane dal punto di trasmissione.  La freschezza, l'entusiasmo, la "voglia di trasmettere" di queste radio erano le loro armi vincenti ma anche il loro limite, poiché alla fine degli anni settanta, chi aveva qualche idea buona doveva alla fine inevitabilmente scontrarsi con la logica di mercato. Ecco dunque che alcune radio, finanaziate a dovere da investitori lungimiranti e dotandosi di potenti trasmettitori, riuscivano ad ottenere delle coperture territoriali importanti anche se in quegli anni aprire una radio in Italia era una operazione al limite della legalità.

Naturalmente nessuna radio libera si sognava di versare diritti, anche perché in generale erano autofinanziate e chi vi lavorava, non solo lavorava gratuitamente, ma contribuiva anche ai costi fissi della radio, che erano  attrezzature, dischi, antenne e ripetitori e costo dei locali, se non si era ospitati da qualche organizzazione.  L’immediato vantaggio era dato dal crescente numero d'ascoltatori che, dopo la novità di poter spaziare a piacimento tra la miriade di voci libere, andava ricercando la radio che meglio si poteva sintonizzare agendo sulla manopola della modulazione di frequenza. Il prezzo da pagare era quello di dover concedere spazi sempre maggiori alla pubblicità e di modificare la voce da “libera” a “semilibera” fino al completo stravolgimento in totale servilismo pena l'esclusione dalla creatura ideata e portata avanti con passione. Il costo di un impianto di trasmissione a norma e di qualità (trasmettitore entro gli standard, potenza adeguata, emissione stereo, rds) poteva arrivare a diverse decine di milioni di lire di allora, ma utilizzando apparecchiature elettroniche usate (a volte di provenienza militare) o riadattate e limitando la potenza si poteva partire anche con cifre più modeste. L'esercizio poteva costare intorno ai quattro milioni al mese, nel caso delle rare radio che retribuivano i collaboratori. Per radio con impianti più economici, ospitati in sedi varie (per esempio parrocchie o sezioni di partito) e ricorso al volontariato si poteva scendere di molto nei costi iniziali e ricorrenti.

Per coprire le ventiquattrore naturalmente la musica era fondamentale. Sarebbe stato difficile riempire il palinsesto soltanto con trasmissioni autoprodotte, con inchieste giornalistiche o con tutte le altre tipologie di trasmissioni che faceva tipicamente la radio di Stato, quindi il palinsesto della radio libere era essenzialmente costituito da musica di vari generi e stili, strutturata per rubriche (la rubrica di musica classica e di jazz, l'immancabile rubrica di musica lirica, e così via), naturalmente tanto rock, cantautori e la musica del momento.

Ad oltre 30 anni di distanza, nessuno pensa più alle radio private come "radio libere", ma solo come radio commerciali.  Purtroppo proprio le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni ed annullato i propositi per cui era nata la radio libera  allontanando ogni velleità di sperimentazione e di pura passione dell’era pionieristica.


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